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Elvira Lozupone
La lepre e la tartaruga. Riflessioni e provocazioni a partire da un orientamento educativo

1. Necessitą di un orientamento educativo

Come si sa, è sempre esistita una attività di orientamento agli studi e al lavoro, anche se non sistematizzata. Tale attività era svolta dal ristretto entourage del giovane in fase orientativa (familiari, gruppo dei pari) e vedeva il soggetto sostanzialmente passivo rispetto ai consigli o alle pressioni esercitate dall'ambiente familiare che pure, in qualche modo, teneva in conto le capacità del soggetto, le offerte del mondo del lavoro, e nei casi più fortunati, le «tradizioni» familiari.

Negli ultimi decenni tale attività si è perfezionata diventando oggetto di studio della psicologia del lavoro, rispondendo in un primo momento, all'imperativo dell'uomo giusto al posto giusto. Successivamente, superata questa concezione strettamente meccanicistica e strumentale, l'orientamento è diventato una attività che pone l'individuo con le sue personalissime caratteristiche, in termini di capacità, attitudini, identità personale, interessi, al centro di un complesso sistema ambientale, sociale, lavorativo che lo vede artefice, o quanto meno ideatore di un progetto di vita e come tale responsabile della propria formazione e delle proprie scelte (auto-orientamento). Insieme a questo accento posto sul ruolo attivo del soggetto, l'individuo viene considerato anche oggetto passivo della instabilità del mercato del lavoro, delle sue stasi, innovazioni, cambiamenti e recessioni.

L'orientamento è considerato oggi una attività di rete che coinvolge figure professionali diverse e che si articola in maniera diversificata, dagli sportelli di orientamento, sussidi informatici ecc, ai colloqui e al counseling di orientamento.

Fra questi due «poli» si situano le molteplici attività che coinvolgono direttamente la vita scolastica e che vanno da attività di tipo ludico (simulazioni di vario tipo), ad attività più specificamente didattiche e valutative, all'uso di strumenti diagnostici delle strategie di apprendimento, volti a migliorare tale processo al fine di ottimizzare la capacità di lavoro scolastico, che come è noto, è spesso negli adolescenti, alla base di una positiva stima di sè.

2. Orientamento e disorientamento

C'è però una considerazione che non deve sfuggire e che si colloca alla base di queste riflessioni sulla funzione educativa dell'orientamento: come compare nella prefazione di un recente volume di Domenici (Domenici 1998) a cura di Frabboni, Minerva e Trebisacce, alcune caratteristiche della nostra società sono potenzialmente fonte di disorientamento: gli autori si riferiscono in particolare al precoce invecchiamento dei saperi. Un così rapido ciclo di vita della conoscenza, se pure estremamente stimolante per alcuni aspetti, presenta delle conseguenze sulle quali non si può sorvolare. L'invecchiamento precoce del sapere costringe ad una velocità di aggiornamento tale che, coloro i quali devono adattarsi a questa situazione, sono spesso obbligati ad operare tagli drastici rispetto ad importanti sfere della vita personale. Oltre a questo, si stanno diffondendo nella mentalità lavorativa due aspetti che risultano «inquietanti» per molti: la mobilità e la flessibilità. Il primo di questi due concetti rappresenta una concezione della vita lavorativa che ha molti lati positivi, soprattutto in termini di dinamicità, svecchiamento, creatività, eppure la gente comunemente vede nella mobilità una minaccia, probabilmente perchè non possiede le risorse (anche psicologiche) per fronteggiarla; di fatto anche il concetto flessibilità per molte persone si traduce in un precariato a vita: ed effettivamente sgomenta sapere che ci saranno persone che vivranno costantemente nel precariato, anzi che si invitano i futuri lavoratori, tecnici e professionisti di qualsiasi settore, a dare per scontata una situazione, che ha come ricaduta per molti una precarietà di condizioni di vita; come pure sgomenta pensare che «essere flessibili» sia bello anche oltre un certo limite, che viene dato dall'innegabile bisogno di stabilità di cui pure hanno bisogno le persone, per non parlare dei (forse desueti?) bisogni di appartenenza, e ancora pensare alla reale equità di una situazione che permette solo a coloro che hanno mezzi e possibilità, di restare sulla cresta dell'onda, e non dà spazio a chi ritiene che il prezzo da pagare sia troppo alto, o non può stare al passo con i tempi (vedi portatori di handicap) specialmente se il criterio di soddisfazione per la propria vita lavorativa risulta dalla prestanza intellettuale o dalla rapidità di aggiornamento...

Con questo contributo desidero in definitiva sottolineare la necessità di una dimensione esistenziale che sia alla base di tutte le attività orientative.

3. Orientamento = Programmazione?

L'orientamento non può e non deve limitarsi al progettare, elaborare, perseguire1 un progetto di vita, ma deve essere uno stimolo a dare un significato alla propria vita anche nell'attesa paziente ed operosa di una opportunità a cui tutti hanno diritto, che però non per tutti si presenta.

L'orientamento deve contribuire a far scoprire a ciascuno il valore che ogni persona rappresenta, in modo da poter accettare e trascendere la propria storia, le situazioni che malgrado nostro ci si impongono,2 lavorando al meglio, con la consapevolezza che ogni lavoro dà senso alla propria vita, ma non ne costituisce il significato ultimo; deve alimentare la certezza che la propria vita non si esaurisce nella professione, nella etichetta che ciascuno si dà.

4. «Morti in giovane etą»

C'è un concetto che credo debba tenere a mente chi desidera dare alle attività di orientamento una connotazione educativa esistenziale: è quello della «morte in giovane età» (Macario, 1996).

È un concetto che l'autore intende, in senso, appunto, esistenziale, rappresenta tuttavia una realtà che va considerata in senso metaforico, ma anche letterale: alle morti premature di chi abbandona gli studi per non essere stato aiutato a venir fuori nelle sue potenzialità intellettuali e creative si aggiungono quelle vere, di giovani che si tolgono la vita perchè non riescono a sostenere l'ennesima sconfitta scolastica che è sconfitta della stima di sè, del riconoscimento da parte degli altri, del proprio bisogno di dare e ricevere affetto; morti premature sono quelle di chi va a scuola armato, e di chi cade sotto i suoi colpi e non è solo un problema di libera circolazione delle armi. Questi si aggiungono all'elenco dei morti per droga o per velocità... L'abbandono scolastico e i problemi ad esso legati hanno spinto l'attuazione delle attività di orientamento come preventive a questi sintomi del disagio giovanile: questo sfocia in manifestazioni a volte vistose, a volte rimane nascosto finchè non sfocia in gesti drammatici. Palmonari (1997) avvisa come il disagio adolescenziale sia messo in relazione, anche in studi recenti, con comportamenti socialmente trasgressivi; tuttavia esiste un disagio più nascosto che non sfocia in comportamenti visibili, ma è comunque radicale, minacciando profondamente l'integrità del sentimento del Sè del giovane, anche quando esso non si palesa attraverso evidenti difficoltà scolastiche o nell'assunzione di comportamenti inaccettabili: anche la solitudine e la mancanza di amici sono importanti «spie» di un disagio che rischia di diventare abnorme senza che nessuno se ne accorga.

La metafora utilizzata dall'autore è dunque uno stimolo forte per tutti quelli che operano in campo educativo: il fatto traumatico, l'evento che accade è una realtà che non può essere negata; ciò che però conta è l'atteggiamento che si sceglie (ammesso che sia possibile una scelta) di avere di fronte a quello che succede: se decidere di accusare il colpo rinunciando alle potenzialità di crescita che ogni evento presenta, o da questo trarre uno stimolo per crescere, rivedere, modificare. Lo stimolo a fruttificare come si sa, però, è delle piante ben curate...

5. Naviganti o naufraghi?

L'orientamento deve quindi costituire parte integrante dell'azione educativa. Se orientarsi significa sapere dove ci si trova, sapere quale direzione prendere in base a degli indizi esterni, ciò presuppone che la persona sappia definirsi, sappia chi è prima di sapere di quali strumenti dispone per orientarsi: è una attività che dunque investe la totalità della persona. Imparare ad orientarsi significa innanzitutto imparare a fare il punto su se stessi.3 Una non accurata conoscenza di sè è, ai nostri giorni, un tratto caratteristico di molti, giovani e adulti. È evidente che questo ha degli effetti sul modo di concepire la propria realtà e le proprie prospettive. Ne è la prova quanto comunicano i curatori di un interessante strumento pratico per l'orientamento dal titolo «Il navigatore solitario. Guida per l'orientamento dopo il diploma» a cura di Schiavone, Sighinolfi, Casalegno (O.S.P. 3, 1995, pp. 213-265).

Gli autori hanno sottoposto la guida ad un centinaio di studenti di scuola superiore, chiedendo loro di formulare proposte per eventuali modifiche; nel motivare alcuni dissensi rispetto ai suggerimenti pervenuti, rilevano come manchino a questi giovani alcune capacità che contribuiscono ad un efficace orientamento, fondamentali non solo in vista di una progettualità lavorativa, ma anche per la loro valenza esistenziale:

  1. Il rifiuto di collocarsi non solo in una prospettiva storica, ma soprattutto temporale. Dice uno studente: «Provare a inquadrare le proprie scelte domandandosi quali conseguenze avranno sul proprio futuro sarebbe un «punto infattibile». Questo rimanda ad uno schiacciamento sul presente tipico dei giovani, (come già rilevato da una ricerca del '95 del Censis) che è già indizio di «morte prematura».4
  2. Il rifiuto ad uscire dal proprio ambiente e ad esplorare il mondo circostante: ciò manifesta una mancanza di curiosità che tende a mantenere certi stereotipi e certe rappresentazioni, evitandone il superamento e un certo grado di sofferenza insito nel cambiamento, condizioni da cui nasce inevitabilmente un impoverimento esistenziale. Inoltre il mantenersi di certe rigide dicotomie («fare due guide separate: per chi intende continuare gli studi e per chi ha deciso di inserirsi nel mondo del lavoro») manifesta un atteggiamento ormai anacronistico di rigida divisione dei saperi e delle opportunità.
  3. Il rifiuto di elaborare in proprio il percorso di scelta: i giovani preferirebbero conformarsi a soluzioni precostituite che, da un punto di vista concreto è impossibile proporre: ciò sembra indice di una tendenza a deresponsabilizzarsi, delegando altri a prendere decisioni che riguardano la vita individuale. Collegato a questo troviamo il rifiuto di accettare i rischi che le scelte comportano, cogliendone quasi soltanto gli aspetti fallimentari: il navigatore diventa un naufrago (immagine che bene esprime invece, il disorientamento dello studente), la prospettiva, invece di un approdo relativamente sicuro, diventa quella di finire in fondo all'oceano o comunque quella di una barca che affonda. Rispondono gli autori: « La maturità di una persona non si giudica dal superamento di un esame (quello di maturità), ma proprio dalla capacità di superare questi atteggiamenti di rifiuto (...). Voler restare nel proprio guscio, vivere giorno per giorno, delegare agli altri le scelte, non assumersi i rischi è un atteggiamento tipico dell'infanzia, un'età in cui si delega tutto ai genitori» (op. cit. p. 216).

A favore dei giovani va però detto che lo sviluppo adolescenziale è caratterizzato proprio dal permanere di dimensioni infantili del comportamento, insieme con una spinta in avanti propria del passaggio dalla condizione infantile alla condizione adulta. Non si deve poi dimenticare che il periodo dell'adolescenza nella società contemporanea si è dilatato a dismisura, anche in conseguenza delle difficoltà occupazionali e che dunque c'è da aspettarsi dai giovani una scarsa maturità tipica del periodo di transizione che si trovano a vivere.

6. Gli adulti e il lavoro

Per capire gli atteggiamenti pessimistici dei giovani bisogna tenere presenti molti fattori che creano disagio: tra questi il ruolo svolto dalle famiglie nel mantenere nel giovane una diffidenza notevole rispetto all'ingresso nel mondo del lavoro e in genere rispetto ad ogni «scelta» professionale e non. Il ruolo delle famiglie come determinante nelle scelte dei giovani, anche se sottolineato da numerosi interventi (Consiglio Nazionale delle Scuole Europee 1996, Castelli e Quadrio 1996, Mancinelli e Ramella 1997) rischia di essere tralasciato nella prassi orientativa.

Castelli e Quadrio (1996) parlano, non a caso, di «retorica pessimistica» di cui sono impregnati i discorsi degli adulti che parlano del loro lavoro (quando ne parlano).5

Anche in questo caso l'orientamento educativo si propone con una funzione di rottura rispetto a certi schemi cognitivi demotivanti che sembrano acquisiti definitivamente. L'attività professionale e/o lavorativa, l'applicazione allo studio non possono che essere presentate come realtà dai molteplici aspetti, esaltanti e frustranti, creativi e limitanti, di applicazione del proprio sapere e di ricerca continua.

7. Quale realtą nell'orientamento educativo?

In ogni disciplina esistono capisaldi teorici che hanno la funzione di orientare chi su tali discipline riflette, per sviluppare temi nuovi o per discuterne o approfondirne alcuni aspetti. Per quanto riguarda l'orientamento esistenziale è parere comune che uno di questi capisaldi sia dato dall'opera di Scarpellini del quale desidero riportare ancora una volta (cfr. Castelli, Venini '96, p. 27) una affermazione fondamentale: «L'orientamento se deve assurgere a dignità e valida funzione deve essere rivolto a tutto l'uomo perchè la professione a cui si è chiamati, per cui si ha vocazione, è quella di essere autonomi, liberi, contenti di sè e collocati nel proprio reale per essere attivi e produttivi con gli altri».

Questo collocarsi in una visione globale della propria realtà merita un approfondimento perchè esistono aspetti della realtà della persona che rischiano di passare in secondo piano rispetto ad altre dimensioni che l'urgenza socio-tecno-economica propone o impone... come alcune dimensioni esistenziali forse «piccole» e di apparente poco conto come il riposo, la progettualità di coppia, l'apertura alla vita, il volontariato, la disponibilità al servizio, lo svolgimento delle proprie attività secondo principi etici... e insieme a questo altre dimensioni forse di segno «negativo» come l'esperienza del limite, la frustrazione, l'insuccesso, l'attesa di una opportunità che non arriva, il travaglio della scelta, specialmente se paragonate ad altre sicuramente più esaltanti quali lo sviluppo, la progettualità, l'efficienza, la creatività, ... I giovani hanno il diritto di conoscere tali dimensioni, che pure sperimentano, ed essere messi nella condizione, (in termini di forza dell'Io, o se si vuole di tolleranza dello stress) di poterle affrontare efficacemente. È compito di una onesta attività di orientamento manifestarne la consapevolezza, senza celarle, pena una concezione falsata della realtà e il fallimento di qualsiasi azione orientativa.

L'insieme di queste dimensioni e di molte altre che qui non è possibile approfondire e che costituiscono il senso della propria identità personale, nel mondo, cioè in relazione dinamica con sè stessi e con gli altri rappresenta la maturità della persona, che limitatamente alle manifestazioni di essa in campo lavorativo, prende il nome di maturità professionale: limitatamente agli scopi dell'orientamento è possibile parlare di maturità orientativa.

La maturità professionale, non è solo consequenziale ad una maturità orientativa in una successione cronologica; essa può anche rappresentarne una conseguenza, nel senso che porre una persona nelle condizioni di operare le proprie scelte nella maniera più autonoma e responsabile possibile può costituire una sorta di propulsore dell'attività professionale che fa sentire l'individuo soddisfatto di sè, consapevole delle proprie capacità e possibilità, più disponibile nei confronti della attività lavorativa; in una parola maggiormente motivato: anche di fronte a possibili inconvenienti, risulta meglio equipaggiato ad affrontarli.

8. Il processo di scelta e la soddisfazione lavorativa intrinseca

Desidero ora soffermarmi sulla definizione che Polacek (1996)6 e Giugni (1987)7 danno rispettivamente della maturità professionale e della maturità orientativa.

Viene chiesto ai giovani di saper effettuare delle scelte responsabili, perchè ogni processo di scelta e la eventuale revisione di essa non avvenga in modo automatico. (Domenici 1998)8 Alcuni giovani però, si trovano in condizione di non poter scegliere, almeno in campo lavorativo. La necessità economica o il desiderio di dare priorità ad un progetto diverso dalla immediata realizzazione del proprio Sè lavorativo, come quello di metter su famiglia, fanno sì che essi si trovino nella condizione di dover accettare qualunque opportunità capiti loro tra le mani, senza poter effettuare una vera e propria scelta; oppure può capitare che si trovino nella condizione di dover rifiutare certe offerte, magari rare, che li porterebbero a dover abdicare al proprio progetto di vita, se venissero accettate acriticamente (Domenici, op. cit., p. 86).

È indispensabile allora che il giovane possa rendere palese a sè stesso la gerarchia dei valori che ha stabilito, nel momento in cui non è possibile operare una scelta lavorativa e la propria vita mantiene alcune caratteristiche di precariato. La soddisfazione intrinseca della scelta sta nell'aver scelto, qualunque sia la scelta fatta. La soddisfazione intrinseca nel lavoro sta nel lavorare per realizzare un progetto, nel collaborare al bene comune e nel non vedere intaccato il proprio valore da possibili errori o insuccessi, ma vederlo invece confermato dall'assunzione di responsabilità e dei rischi relativi.9

Manuela Tomisich (1996) fa un'analisi psicodinamica del processo di scelta, evidenziandone alcuni aspetti essenziali per un orientamento educativo a carattere esistenziale. L'etimologia della parola decisione presenta una origine latina da de-caedo (taglio via) che ripropone alcuni aspetti legati a perdita, separazione e abbandono. Il «taglio» effettuato rispetto alla scelta, apre però due orizzonti: uno necessariamente finito, è dato dal concetto di limite, l'altro, che dà origine a processi espansivi potenzialmente illimitati, è quello del bisogno e del desiderio.

L'uomo si colloca tra queste due tensioni vitali: è necessario che il giovane sia reso consapevole di questo; accentuare solo la prima di queste dimensioni può portare ad un impoverimento della propria esperienza di vita, ma considerare solo la seconda comporta rischi notevoli per la persona che non si sa definire nei suoi limiti, anche per provare a superarli. Ciò significa che è la consapevolezza del limite che accende il bisogno, e quindi il desiderio. Perchè il bisogno dia inizio ad una azione orientata al suo conseguimento, deve essere riconosciuto, nominato, definito: è da qui che si dipana la scelta10 con la conseguente assunzione di rischi.

Scelte ripetute e sempre più consapevoli, contribuiscono alla formazione del Sè che è «la parte più intima, più interna e privata dell'Io» (op. cit., p. 146): ciò contribuisce a sua volta al processo di formazione dell'identità alla cui costruzione è chiamato ogni individuo.

9. Lepri e tartarughe

Questo lavoro tratta di alcune dimensioni dell'orientamento che tendono a rimanere un pochino nell'ombra nella progettazione di interventi a favore dell'orientamento dei giovani. Questa riflessione vuole stimolare a considerare nel senso più globale possibile la realtà della persona in fase di orientamento e la reale pluralità delle sue scelte. Una efficace attività di orientamento non può che essere parte integrante del processo educativo. Tale orientamento deve avere un carattere esistenziale per bilanciare alcuni aspetti caratteristici del modo di pensare dominante che sembra trascurare alcuni aspetti fondamentali della condizione umana e venire così incontro ad una sempre maggiore richiesta di senso che caratterizza la condizione esistenziale di molti, rispetto alla quale anche gli insegnanti e tutti i soggetti implicati nella prassi orientativa sono chiamati a prendere una posizione.

Da qui l'immagine della lepre e della tartaruga. La lepre, rappresenta la persona che ha l'urgenza di raggiungere i suoi obiettivi che vede chiari e distinti. Diventa Bianconiglio quando manca alla sua corsa una chiarezza di valori ed una riflessione etica. Può rappresentare anche certi interventi di orientamento che avvengono solo in punti cruciali del percorso scolastico e che non si configurano esistenzialmente, ma nella peggiore delle ipotesi si limitano alla mera ricerca e presentazione di informazioni. Provocatoriamente rappresenta anche la persona inserita in una realtà pragmatica e mondana che ascolta poco certe sue esigenze interiori, tesa com'è a conseguire successi e risultati.

Anche la tartaruga vuole essere una figura provocatoria, lenta, un po' impacciata: arriva alla meta dopo un tempo lungo e apparentemente faticoso, forse non si preoccupa granchè di «arrivare», del tempo che impiega e fa quello che può. È la tartaruga che regge il mondo nella concezione induistica. Essa è praticamente inattacabile da qualsiasi predatore quando il suo carapace arriva al consolidamento della maturità: molto diverso è quando essa, neonata, affronta la sua corsa verso il mare sotto gli occhi attenti e implacabili dei predatori. La tartaruga rappresenta una concezione dell'orientamento come processo lungo e paziente.

Nella favola di Esopo a cui questi due personaggi necessariamente rimandano, la lepre schernisce la lenta avversaria, la sottovaluta, ma alla fine perde... Ho voluto usare un po' provocatoriamente queste due immagini e proseguire in una metafora probabilmente incompleta, e non esaustiva sull'orientamento, e sulle concezioni di vita che ad esso si collegano.

Nel corso di queste riflessioni, ho parlato di morte ed è da un fatto di morte, che sono partita. Non ci si stupisca tuttavia se da un fatto di morte si passa poi ad una leggera ironia, è possibile scherzare sulla morte non per esorcizzarla, ma quando si è consapevoli che la morte non esaurisce l'esistenza.

10. Bibliografia

Note

  1. «Lo scopo dell'orientamento, non è la formazione di rigidi «programmatori» della propria esistenza, più o meno affetti da pregiudizi e da limitazioni, bensì la formazione di persone bene «equipaggiate» ad interpretare le scelte e le azioni che compiono e ad affrontare, con una certa serenità, l'assunzione degli inevitabili rischi» (G. Giugni O.S.P. 1-2, 1997, pp. 3-5). Testo

  2. Desidero riportare qui un pensiero di F. Dolto come appare su L. Macario (1996) che forse esprime meglio quello che intendo: « Tutti noi abbiamo una storia, siamo tessuti di questa storia. Non è nè buona nè cattiva, ma un insieme di felicità, di infelicità, di guai, di incidenti, di gioie e di dolori. Fino a quando non la si accetta come propria, non è possibile viverla bene (corsivo mio)» (Dolto F. I problemi degli adolescenti, Longanesi, Milano 1989). Testo

  3. Ricordo a questo proposito la definizione che dà Macario (op. cit. ) dell'orientamento come «Un processo educativo individualizzato e personalizzato, di aiuto offerto al giovane in una progressiva realizzazione personale raggiunta attraverso una libera assunzione di valori: processo guidato dagli orientatori in situazioni diverse». Testo

  4. «Una società incapace di pensare al futuro innanzitutto non investe in ricerca e sviluppo, in cultura e in istruzione. In secondo luogo produce un sentire collettivo che si trova nel vissuto e nella psicologia individuale, di cui il sintomo è il calo della natalità, poichè il significato simbolico dell'aver figli «coniugava il passato e il presente per progettare un nuovo futuro e per trasmettere vita». In terzo luogo la società densa accentua le distanze tra le generazioni, che non comunicano e si percepiscono come estranee. (...) Il senso di estraneità non si fonda però (...) sulla diversità di valori, anzi l'omologazione culturale rappresenta un ulteriore tratto innovativo e distintivo del rapporto tra giovani, adulti, anziani. (...) I giovani evitano il conflitto generazionale appiattendosi sui valori individuali, sociali, politici, dei genitori e accettano le regole del gioco, comprese le scelte di comodo garantite dalla «famiglia lunga». A questa orizzontalità del mondo giovanile, che vive un senso di estraneità dalla generazione adulta, si aggiunge (...) una indifferenza di riferimenti etici, quasi una sorta di «appiattimento narcisistico», che rende indistinguibili le identità ideologiche, religiose, culturali» (L. Galliani, Giovani e mass-media, Ricerche Pedagogiche XXIX, 116-117, pp. 133-142). Testo

  5. «Si tratta di una retorica che descrive il lavoro, proprio o altrui, nei suoi aspetti negativi, ansiogeni e frustranti, nella sua inutilità, nella sua irrazionale organizzazione (...) Il lavoro viene ridotto a fatica, a tempo occupato in un'attività inutile oppure a conflitto continuo, ad ansia relazionale, a puro sfruttamento subito e così via. Si tratta di una retorica che non è presente solo in coloro che potrebbero accampare delle giustificazioni perchè inseriti in posizioni lavorative svantaggiate e frustranti ma anche in coloro che occupano, in realtà, posizioni vantaggiose o prestigiose o realisticamente utili a sè e alla società» (Venini, Castelli, Psicologia dell'orientamento scolastico e professionale, Angeli, Roma, 1996). Testo

  6. «La maturità professionale è una scelta professionale valida nell'acquisizione delle competenze per l'esercizio delle attività lavorative, nello svolgimento di tali attività secondo le norme etiche, nella soddisfazione lavorativa intrinseca (corsivo mio) e nella collaborazione al bene comune» (K. Polacek, dispense del corso E 1520, U.P.S., A.A. 1996-97, Roma). Testo

  7. «L'affermarsi di una dimensione, in prevalenza educativa, dell'intervento orientativo ha per obiettivo l'acquisizione della maturità orientativa, che è la capacità di saper decidere autonomamente e responsabilmente di fronte a situazioni che presentano più possibilità e attraggono in varie direzioni; la capacità di affrontare il rischio della scelta, e quindi dell'errore; la capacità di scoprire le alternativee le opportunità che si presentano; la capacità di inserirsi nella vita sociale e in quella produttiva in direzione di un adattamento non passivo ed alienante bensì cosciente e responsabile, nonchè la capacità di riadattarsi ove necessario, rivedendo le scelte e le decisioni che vanno consoderate sempre più come manifestazioni di autonomia e responsabilità e non di frustrazioni e di alienazioni (corsivo mio)» (G. Giugni, in O.S.P. n. 1-2, 1987, pp. 11-52). Testo

  8. «La decisione di dar corso o meno ad un'azione oppure di svolgerla in un certo modo anzichè in un altro deriva da molteplici fattori che occorre vagliare criticamente (...). Tuttavia, non sempre queste operazioni vengono compiute. Accade spesso, anzi, che persino decisioni di forte impatto e di grande rilievo, per chi le compie come per altri, vengano assunte seguendo automatismi che, se necessari e insostituibili per rendere semplici le mille attività quotidiane (...) possono condurre non di rado a «scelte» che alla prova dei fatti si rivelino non solo poco efficaci e pertinenti, ma addirittura controproducenti» (op. cit. p. 83). Testo

  9. Nelle attività di orientamento che svolgo nelle scuole secondarie superiori per conto della II Università di Roma, mi è capitato di dover rassicurare gli studenti rispetto alla paura di sbagliare, in questo caso connessa con l'iscrizione universitaria. È questo un caso in cui il timore dell'errore va relativizzato e va contenuta l'ansia di persone già disorientate e confuse. D'altra parte la relativizzazione dell'importanza della scelta costituisce uno degli aspetti della flessibilità, per cui ogni progetto può essere revisionato e riformulato quando cambiano alcune caratteristiche personali o del proprio «campo» d'azione. Testo

  10. «I comportamenti che emergono dalla scelta pongono ciascuno in una specifica condizione che esprime il proprio prendere parte al mondo, il proprio essere in relazione con esso, e i modi di tale relazione» (Tomisich, op. cit. p. 146). Testo